La “tua” voce interiore è stata costruita da altri

Scritto da dott.ssa Anna Sari, psicologa, psicoterapeuta

Quando una persona si lascia condizionare molto dal giudizio degli altri, il consiglio arriva quasi sempre: «Devi imparare ad ascoltare te stesso».

Sembra sensato. Il problema è che dà per scontato he la voce dentro di noi sia libera dalle influenze che arrivano da fuori. Non è così. Le opinioni altrui non agiscono soltanto nel momento in cui vengono pronunciate. Possono essere ripetute, assorbite e diventare il modo con cui una persona parla a sé stessa.

La pressione esterna sa parlare in prima persona

Impariamo a valutarci attraverso lo sguardo degli altri molto prima di poter discutere quello sguardo. Un bambino nota quali comportamenti ottengono attenzione, quali provocano freddezza, che cosa rende orgogliosi i genitori, per cosa viene deriso dai compagni, quali parti di sé creano problemi. Non serve che qualcuno impartisca una regola in modo esplicito. Spesso bastano una smorfia, un silenzio, un confronto ripetuto con un fratello o una frase detta ogni volta che si prova qualcosa di nuovo.

Non interiorizziamo soltanto ciò che gli altri pensano davvero di noi ma anche ciò che crediamo pensino. Una parte del giudice interiore che portiamo dentro può essersi formata su letture imprecise, mezze frasi, reazioni interpretate da bambini e mai più controllate.

Il controllo continua attraverso vergogna, colpa, ansia o bisogno di dimostrare il proprio valore. La spinta è interna, in apparenza, ma conserva il tono di una pressione.

È ciò che accade quando si studia soltanto per non sentirsi un fallimento, si accetta un invito per non sembrare scortesi, si resta disponibili perché dire di no farebbe sentire «cattivi». Da fuori il comportamento può apparire volontario, ma dentro c’è una minaccia: se non lo faccio, valgo meno; se scelgo diversamente, deludo.

Non esiste una voce incontaminata

L’obiettivo non può essere trovare un nucleo completamente puro, al riparo da famiglia, ambiente e cultura. Una persona senza influenze non esiste. Perfino le parole con cui proviamo a descrivere ciò che vogliamo le abbiamo ricevute da altri.

Nemmeno fare il contrario di ciò che gli altri si aspettano rende automaticamente liberi. Se scelgo una strada soltanto per smentire mio padre, mio padre continua a partecipare alla scelta. La ribellione può restare legata al giudizio quanto l’obbedienza.

Il punto, allora, non è separare ciò che viene da dentro da ciò che viene da fuori come se fossero due sostanze diverse. È vedere il passaggio attraverso cui un messaggio ricevuto è diventato una regola personale e controllare se quella regola regge ancora nella vita di oggi.

«Non sono portato per studiare» può essere una valutazione realistica nata da molti tentativi, oppure la prosecuzione di un’etichetta ricevuta a dodici anni. «Preferisco un lavoro sicuro» può essere una scelta ragionata, oppure il modo più rapido per non sentire l’ansia della famiglia. «Non mi interessa espormi» può essere una preferenza, oppure una frase costruita sopra la paura di essere osservati.

Il contenuto, da solo, non basta a dirlo. Bisogna guardare che cosa succede quando quella convinzione viene messa in discussione. Compare curiosità? Irritazione? Un’immediata necessità di spiegarsi? Una vergogna sproporzionata? Si riesce a considerare un’alternativa oppure la mente la chiude prima ancora di immaginarla?

Che cosa cambia con la pratica della Mindfulness Psicosomatica

La Mindfulness non rivela quale sia la scelta giusta, ma permette di osservare mente, corpo ed emozioni. Qualcuno esprime un’opinione sulla tua scelta e lo stomaco si stringe. Arriva calore al viso. Il petto si irrigidisce e parte subito il bisogno di convincerlo, oppure di ritirare ciò che hai appena detto. Di solito ci si accorge soltanto dell’ultima parte: «ho cambiato idea», «in fondo non mi interessava», «non era il momento». Restare presenti alla sequenza consente di vedere il punto in cui il timore del giudizio ha preso il comando.

Anche qui il corpo non decide al posto nostro. Un nodo allo stomaco non dimostra che una scelta sia sbagliata. Può segnalare che stiamo andando contro un’abitudine, che temiamo una conseguenza reale o che quella situazione ricorda qualcosa di già vissuto. Va ascoltato e capito, non obbedito alla cieca.

Alla fine si può anche scegliere esattamente ciò che gli altri avevano consigliato. Un lavoro stabile, una relazione, una rinuncia, un modo prudente di vivere. Da fuori non si noterà alcuna differenza. Dentro, però, non sarà più «non posso fare altrimenti». Sarà una decisione di oggi, presa con la massima consapevolezza.

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“Insieme possiamo liberare il potere nascosto nella tua storia personale e trasformare la tua fragilità in forza interiore.”

Anna Sari, Psicoterapeuta, psicosintesista formata in Neuropsicosomatica e istruttrice Mindfulness Psicosomatica