Il giudice interiore è quella parte della nostra mente che ci dice cosa è giusto e cosa è sbagliato. Si è formata durante la nostra crescita, attraverso quello che abbiamo imparato nell’ambiente in cui vivevamo. Ma quando impariamo qualcosa, insieme al contenuto assorbiamo anche il modo in cui ci viene trasmesso. Il tono della voce, l’espressione di chi abbiamo davanti, quello che succede tra noi e quella persona.
Infanzia
Immagina questo scenario: un bambino piange e si accorge che la madre si infastidisce. Se questo accade ripetutamente, può imparare che mostrare il proprio dolore rischia di allontanare le persone a cui vuole bene. Può cominciare a trattenersi, a nascondere quello che prova, perché in quella relazione sente che c’è poco posto per il suo pianto.
Oppure mi dicono «Non fare così che ti fai male», e io imparo a non toccare il fuoco, a proteggermi da un pericolo reale. Ma attraverso il modo in cui mi viene detto posso assorbire anche l’ansia del genitore, le sue convinzioni su quanto sia pericoloso il mondo. L’informazione che mi rimane può andare oltre quella situazione e accompagnarmi anche quando mi trovo davanti a qualcosa di nuovo che potrei esplorare.
Quindi il problema è il giudice interiore? Questa parte di noi si è costruita anche per aiutarci ad adattarci a un ambiente, in un momento in cui avevamo realmente bisogno degli altri e di imparare a proteggerci. Le regole che abbiamo fatto nostre avevano un senso dentro quelle relazioni, anche quando ci chiedevano di rinunciare a esprimere qualcosa.
La difficoltà arriva quando, da adulti, quelle regole continuano a guidarci senza che ce ne rendiamo conto. Posso avere bisogno di piangere e dirmi subito che non devo farlo. Posso desiderare qualcosa e fermarmi prima ancora di capire se oggi ci sia davvero un pericolo. Ripeto quello che ho imparato, anche se la situazione è cambiata e davanti a me ci sono persone diverse.
Possiamo allora imparare a riconoscere il giudice interiore quando interviene, senza pretendere di cancellarlo. Accorgerci di quello che ci stiamo dicendo e chiederci quanto appartenga alla situazione che stiamo vivendo, quanto invece a un modo di proteggerci che conosciamo da tempo.
Questo ci permette di dare attenzione anche a quello che sentiamo adesso. Magari il dolore c’è e abbiamo bisogno di condividerlo. Magari qualcosa ci spaventa, ma ci interessa abbastanza da voler provare. Possiamo ascoltare anche questo, prima di lasciare che una regola imparata allora decida come dobbiamo comportarci oggi.
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